Università e Ricerca

 L’UNIVERSITÀ FEUDALE

di Alberto Lombardo

Tentare di scrivere in questo momento un articolo sull’università italiana getta sull’orlo di una crisi di nervi. Cosa dire di più di ciò che è stato detto e scritto a proposito di ciò che da decenni si sta realizzando a danno dell’Università pubblica statale da parte di tutti i governi che si sono succeduti?

 Credo che i disastri del famigerato 3+2 e dell’“autonomia” degli atenei siano sotto gli occhi di tutti: l’abbassamento del livello qualitativo della didattica, l’arbitrarietà della formulazione dell’offerta formativa, il ricatto della distribuzione “selettiva” delle risorse da parte del Ministero ai vari atenei. Ma ciò che non è stato rilevato con la dovuta forza è la conseguenza di ciò e insieme la premessa di ciò che verrà: la rottura dell’unitarietà dell’Università italiana. Prima un laureato a Palermo o a Torino, valeva sostanzialmente solo in base alle proprie capacità personali. Tutto sommato la uniformità dell’offerta formativa e della qualità (con le dovute differenze interne) erano un patrimonio storico italiano invidiato nel mondo. È a questo che il primo colpo di accetta è stato assestato, alla vera base del diritto allo studio: il valore sostanziale – prima ancora che legale – del titolo di studio.

 Ma sintetizziamo le ultime vicende della telenovela in cui si alternano i registi palesi, ma sembra che quelli occulti siano sempre gli stessi e con finalità sempre più smaccate.

 1. Riforma dell’assetto del governo dell’Università (dal sito dell’ANDUi)

 … Il DDL [Gelmini] sulla ‘governance’ ha, infatti, l’obiettivo di COSTRINGERE gli Atenei a modificare, secondo una logica aziendalistica, il proprio assetto istituzionale per accentrare nelle mani del Rettore e del ristretto numero di componenti del nuovo Consiglio di Amministrazione (con almeno il 40% di esterni) TUTTA la gestione dell’Ateneo, oggi formalmente esercitata dal Senato Accademico, dal C.d’A., dai Consigli di Facoltà e di Dipartimento…

Il modello che si vuole imporre è quello ‘dettato’ da anni dalla Confindustria e dalla ‘sua’ lobby trasversale costituita dalla Fondazione TreeLLLe. Un modello che è condiviso dal PD, in un clima bipartisan che da decenni caratterizza l’attività governativa e parlamentare sull’Università.

L’obiettivo principale del DDL è quello di azzerare la partecipazione democratica nella gestione degli Atenei, trasformandoli in aziende simili alle ASL.

Mentre il SA è ridotto a mero organo propositivo e consultivo, al nuovo CdA – non elettivo – sono assegnati poteri ASSOLUTI. Il ruolo dei Consigli di Dipartimento è svuotato dalla “istituzione di un organo DELIBERANTE, composto dai direttori dei dipartimenti in esse (facoltà o scuole, ndr) raggruppati”.

 Commenti:

Questa visione “aziendalistica” – che cerca padri nobili in prestigiosi Atenei anglosassoni – è una bella truffa all’italiana (vedi: Alitalia, Autostrade, Acquedotti, …): regalare ai privati un bene pubblico. In particolare, come si fa a dare almeno il 40% dei posti di comando di una struttura a chi non ha voce e denari in capitolo? Ricordiamo che gli investimenti in Ricerca & Sviluppo dell’impresa italiana è sotto terra (0,53%, ben lontana dal 2% previsto dall’Europa e ben concentrato in pochissime aziende). Nei C.d’A. dei prestigiosi atenei ci stanno persone che nelle università ci mettono i LORO soldi. Chi dovremmo chiamare noi? Il politico di turno, i rappresentanti delle banche strozzine, l’imprenditore sull’orlo della bancarotta o quello che ha esportato i capitali all’estero? E queste persone saranno quelle che governeranno l’università statale, potendo imporre linee di “ricerca” (si fa per dire) più simili a consulenze aziendali gratuite, o potendo disporre dell’immenso patrimonio culturale e immobiliare?

Di questo però la CRUI (Conferenza dei Rettori dell’Università Italiane) non si lamentaii. Ci si limita a respingere la trasformazione degli Atenei in Fondazioni (perché questo li priverebbe del controllo degli Atenei), ma si accetta l’ingresso di forze estranee alla cultura e agli obiettivi di una ricerca ed educazione superiore, perché ciò potrà portare – nelle loro errate aspettative – a contare di più come oligarchia accademica.

 2. Reclutamento (ancora dal sito dell’ANDU)

  • blocco dei concorsi con espulsione di gran parte degli attuali precari,
  • riduzione drastica dei docenti di ruolo,
  • anticipazione della messa ad esaurimento dei ricercatori di ruolo ‘sostituiti’ da ricercatori precari,
  • allungamento ulteriore del periodo di precariato,
  • istituzione del super-ricercatore ministeriale precario,
  • accentuazione del localismo concorsuale con ‘concorsi’ letteralmente ‘fatti in casa’.

 Commenti.

Anche qui vediamo applicata la ricetta “aziendalista” in vigore in Italia da alcuni decenni: restringimento della base produttiva, al fine di massimizzare il controllo e il rendimento.

I nuovi ricercatori a tempo determinato, possono essere finanziati anche dall’esterno e quindi – specie negli Atenei con scarse risorse interne – il governo dei flussi di reclutamento non sarà più in mano ai docenti dell’università nel complesso, ma a chi potrà metterci i soldi da fuori (un anno di ricercatore a T.D. costa oltre 50 mila euro!). Qui si hanno spunti di fine ironia nel Disegno di legge: 

Al fine di evitare un precariato stabile e di consentire esclusivamente ai meritevoli di proseguire l’attività di ricerca, viene posto un limite alla durata complessiva dei rapporti instaurati con i titolari di assegni di ricerca e dei contratti di ricercatore a tempo determinato, che non può complessivamente superare i dieci anni.

 Come dire: toglietevi dalla testa la speranza di fare il precario a vita!

D’altro lato le progressioni di carriera saranno gestite all’ombra del più stretto localismo, in barba alla “meritocrazia”, al fine di accentuare il controllo sull’accesso all’élite accademica.

3. Risorse

Qui le fonti da citare sarebbero tante, perché sul tema sono insorti davvero tutti.

Brillantissima la pubblicazione “Se questa vi sembra una valutazione. Il merito nel sistema universitario nazionale…” dell’Università di Macerataiii.

Il Ministero ha inventato una commissione (Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario, CNVSU su «specifica richiesta pervenuta dal Direttore Generale per l’Università») che ha prodotto un documento nel marzo di quest’anno, in cui si presentano indicatori al fine di ripartire la quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) per 1/3 alla qualità della didattica e per i 2/3 alla qualità della ricerca.

A parte il fatto che in quel documento si facevano le opportune avvertenze di non applicare quei criteri se non in modo progressivo (tenendo conto cioè dei progressi o regressi rispetto al passato di ciascun ateneo), i criteri sembrano fatti a posta per premiare atenei che hanno già forti finanziamenti, stanno in un territorio con elevato capacità di assorbimento occupazionale e forti contatti internazionali. Ma non bastava neanche questo. Hanno dovuto dare delle “ginocchiate” ai dati per farli cantare a loro piacimento, come prendere in considerazione periodi non attualissimi riguardanti le pubblicazioni scientifiche, oppure aggregare nelle stesse categorie atenei grandi e piccoli, generalisti e specializzati. Queste “ginocchiate” statistiche ricordano quelle potentissime assestate ai dati riguardanti il livello di qualità dell’apprendimento degli studenti medi-superiori italiani. Laddove i dati non confermano l’assunto già posto che gli studenti del nord sono più bravi di quelli del sud, occorre chiedersi dove sta l’“errore” e correggerlo prontamente: risultate troppo bravi, c’è una “varianza” troppo bassa, quindi vuol dire che i vostri insegnanti imbrogliano.

Risultato: solo quattro Atenei al nord della “linea gotica” si piazzano sopra la mediana (due piccolissimi, il Politecnico di Bari e l’Università della Calabria). Il fondo di finanziamento ordinario tolto a Palermo se ne va dritto dritto in più a Trento. Come è stato detto: Robin Hood al contrario.

Ma ancor più devastante è stato l’effetto mediatico che tali classifiche provvisorie hanno avuto sulla percezione che si ha dell’università italiana, vera e propria Psychological operation (come quella condotta ai danni della pubblica amministrazione, della scuola, della sanità, della magistratura) preliminare al colpo di grazia finale.

 4. Diritto allo studio

Dalla presentazione del Disegno di legge al Senato:

 In particolare, l’articolo 4 istituisce un Fondo speciale per il merito finalizzato a promuovere l’eccellenza e il merito dei migliori studenti attraverso la concessione di premi, buoni studio e prestiti d’onore per il finanziamento delle spese universitarie, ivi comprese quelle di mantenimento agli studi, introducendo un meccanismo che intende garantire l’agilità dei finanziamenti attraverso una gestione di tipo privatistico…

 Come dire: basta col finanziamento pubblico, indebitiamo fin da subito giovani e famiglie.

Che fare?

Nessuna meraviglia che tutto questo trovi pieno sostegno da parte della Confindustriaiv, né che trovi pieno appoggio da parte dei responsabili del PDv.

La struttura dell’università che emerge è di tipo neo-feudale.

Il potere fluisce dall’alto, dal Ministro, che ha in mano i cordoni della borsa.

Da esso trovano legittimità una ristretta casta dei vassalli-rettori, i soli che hanno già maturato quelle “esperienze” che consentiranno loro di sedere a capo di questi feudi e interloquire con i potentati esterni.

Più in basso valvassori e valvassini (ordinari e associati), che aspirano a salire di rango, il cui potere di controllo democratico è eliminato e che anzi sono estremamente ricattabili, perché possono essere esclusi da finanziamenti, e finanche progressioni di carriera.

Alla fine la plebe dei precari, spremuti come limoni e poi buttati, se non riescono ad ascendere alla casta dei garantiti.

In questo è tutta da costruire una sana politica di alleanze tra le varie componenti, tutte ricattabili dalle classi superiori: dagli ordinari, agli studenti, passando per i precari.

Per questo forse la politica di classe all’università è così difficile e gli atenei si sono trasformati da crogiolo di pensiero antagonista nel secolo scorso a pantano di conformismo, in cui si riescono ad accendere fuochi fatui.

Secondo il Presidente della Crui (comunicato del 28/10/2009) il DDL rappresenta “un’occasione fondamentale e per molti versi irripetibile per chi ha davvero a cuore il recupero e il rilancio dell’università italiana”, criticabile solo per la mancata “disponibilità adeguata di risorse”.

http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/09-12/091201/OIR2H.tif (G. Rocca, vicepresidente di Confindustria per l’Education, Sole 24-ore, 1.12.2009)

http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/09-12/091202/OJL9S.tif (L. Berlinguer, Corriere della Sera, 2.12.2009)

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