tutela del territorio

NO AL PONTE SULLO STRETTO

GIORNATA DI MOBILITAZIONE 21 GIUGNO A PARTIRE DALLE ORE 14.30 IN VIA CIRCUITO DI FRONTE AL CANTIERE

ARRIVA il MOSTRO

Sono iniziate in via Circuito le trivellazioni per completare gli studi necessari per il progetto definitivo del Ponte sullo Stretto. Per oltre due mesi, in piena estate, via Circuito sarà impraticabile perché il Governo ha deciso di continuare a buttare milioni di euro per progettare una mega-opera inutile e devastante: mentre le aree alluvionate di Messina attendono ancora i promessi sostanziosi finanziamenti, mentre RFI continua lo smantellamento delservizio pubblico di traghettamento risparmiando su navi e traghetti ì siciliani a vantaggio dell’Alta velocità del Nord, mentre sempre più allarmanti sono i segnali di interessamento della mafia all’apertura dei cantieri, mentre la crisi economica colpisce i lavoratori, mentre vengono attuati tagli agli enti locali, agli stipendi degli statali, alla scuola, ai servizi pubblici, ai precari, agli invalidi… con le trivellazioni inizia lo sconvolgimento del territorio già previsto nello Studio d’Impatto Ambientale della stessa “Stretto di Messina Spa”. In un territorio che sta perdendo, progressivamente, le proprie attività produttive si vorrebbe avviare un’opera destinata a dilapidare enormi risorse pubbliche che avvantaggerebbero solo poche imprese (estranee al tessuto locale) con una ricaduta occupazionale molto bassa. D’altronde, dal punto di vista occupazionale, i 40000 posti di lavoro sbandierati da più parti si sono rivelati un puro trucco mediatico. La stessa Eurolink (il general contractor) ha ammesso che nella costruzione del Ponte impiegherebbe 3500 unità. Di questi, almeno la metà non saranno locali. Il tutto mettendo a repentaglio il lavoro di migliaia di marittimi. – Molto meglio sarebbe impiegare le somme per promuovere turismo e cantieristica, settori per i quali il nostro territorio ha maggiore vocazione. – Molto meglio sarebbe pensare alla messa in sicurezza sismica ed bidrogeologica, al potenziamento del trasporto pubblico nello Stretto, all’ ammodernamento della rete stradale e ferroviaria, ad un piano di edilizia scolastica.

CONTINUIAMO LA LOTTA CONTRO IL MOSTRO DELLO STRETTO:

NO ALLE TRIVELLAZIONI

ReteNoPonte

…………………………………………………………………………………………………………….di Antonio Mazzeo

Impregilo, la società di costruzioni general contractor del Ponte sullo Stretto di Messina, concorrerà in Arabia Saudita alle gare per la realizzazione di impianti di dissalazione dal valore complessivo di 4 miliardi di dollari. E, secondo quanto dichiarato dal suo amministratore delegato Alberto Rubegni, lo farà in associazione con la controllata Fisia Italimpianti e con la Bemco, società del Saudi Binladin Group (SBG), il colosso finanziario della famiglia bin Laden operante nei settori delle opere pubbliche, delle telecomunicazioni e dell’editoria. La prima offerta di gara sarà presentata entro il 9 maggio e riguarderà la costruzione di un impianto a Raz Azur; a giugno si punterà invece alla costruzione di un megadissalatore a Yanbu.

Il Saudi Binladin Group è amministrato da Bakr bin Laden, fratello del più noto Osama, l’irrintracciabile stratega del terrorismo internazionale di matrice islamica. La holding è una delle principali alleate economiche della petro-famiglia che governa l’Arabia Saudita. Fu grazie all’amicizia personale con il re Abdulaziz Al Saud, fondatore del regno saudita, che il patriarca Mohammad bin Laden (padre di Osama) riuscì ad accumulare un immenso patrimonio finanziario. Amico personale di re Fahd era pure il primogenito Salem bin Laden, succeduto a Mohammad nella conduzione del gruppo, vittima nel 1988 di un misterioso incidente aereo in Texas dove si era recato per un incontro d’affari con George Bush senior.

Il Saudi Binladin Group è stato per lungo tempo il principale cliente della famiglia regnante dell’Arabia Saudita per la costruzione e l’amministrazione dei luoghi santi del mondo islamico. La controversa famiglia bin Laden ha aderito al “wahhabismo”, il movimento rigorista sunnita diffusosi in Medio oriente nel XVIII secolo e rilanciato dai regnanti sauditi nel Novecento. A partire dagli anni ’70, l’Arabia Saudita ha investito somme notevoli per l’esportazione del pensiero wahhabita, dando vita a una pluralità di movimenti islamisti radicali nell’area afghano-pakistana, in Caucaso ed Asia centrale e nel Sud-est asiatico. I bin Laden sono stati importanti investitori della Al-Shamal Islamic Bank, utilizzata dal principe Mohamed Al-Faisal Al-Saud per finanziare i movimenti wahhabiti internazionali. I bin Laden sono pure azionisti di un altro istituto bancario filo-radicali, la Dubai Islamic Bank di Mohamed Khalfan ben Kharbarsh, ministro delle finanze saudita.

Nonostante la forte connotazione pro-islamica, il Saudi Binladin Group si è affermato nei maggiori mercati azionari mondiali, conseguendo partecipazioni in imprese statunitensi, canadesi ed europee, come ad esempio General Electric, Motorola, Nortel Networks, Iridium, Unilever, Quaker e Cadbury Schweppes. Rilevanti i vincoli con alcuni dei principali gruppi finanziari transnazionali che intrecciano attività e destini con Impregilo e gli azionisti di riferimento: il Saudi Binladin Group ha operato in particolare congiuntamente con Goldman & Sachs, Citigroup, Deutsche Bank ed ABN Amro. Goldman & Sachs, dopo l’uscita di Gemina da Impregilo, ha acquisito il 2,84% della società di Sesto San Giovanni; inoltre controlla l’8% circa della finanziaria Sintonia SA, il cui azionista principale è Edizione Srl della famiglia Benetton, tra gli azionisti di rilievo di Impregilo. ABN Amro, invece, dopo aver offerto la propria disponibilità a concorrere al finanziamento di una parte dei lavori del Ponte sullo Stretto di Messina, nel gennaio 2008 ha accettato la richiesta di IGLI (la finanziaria che controlla il 33% di Impregilo in mano ai gruppi Benetton, Gavio e Ligresti) di rastrellare sul mercato il 3% delle azioni della società di costruzioni.

Intanto gli operatori s’interrogano se la partnership in terra araba con il Saudi Binladin Group non possa consentire ad Impregilo di conseguire una parte dei capitali necessari alla progettazione e realizzazione dell’opera di collegamento stabile Calabria-Sicilia. Da Riyadh, in passato, qualche segnale d’interesse sarebbe stato inviato. Al processo sul tentativo d’infiltrazione da parte delle grandi organizzazioni criminali mafiose nordamericane nella gara per il Ponte, conclusosi una decina di giorni fa a Roma con la condanna dell’ingegnere italo-canadese Giuseppe Zappia, tra i possibili co-finanziatori dell’opera è stato fatto il nome di un principe saudita, tale Bin Nawaf bin Abdulaziz Al Saud, indicato come “nipote di re Fahd d’Arabia”. Si tratterebbe di uno dei più stretti congiunti dell’uomo nominato a capo dei servizi segreti nazionali alla vigilia dell’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001, quello ordinato da Osama bin Laden ed eseguito da un commando con passaporto saudita. Altro strettissimo familiare del “principe del Ponte” sarebbe Mohammed bin Nawaf bin Abdul Aziz Al Saud, ambasciatore dell’Arabia Saudita in Italia e Malta dal 1995 al 2005.

Tra i membri più influenti della dinastia saudita c’è poi Abdullah bin Saleh Al Obaid, fondatore della Lega islamica mondiale, con sedi in 120 paesi. La Lega ha al suo attivo la costruzione in Europa delle moschee di Copenaghen, Madrid e Roma. Con un costo complessivo di 50 milioni di dollari, la grande moschea di Roma è stata realizzata a metà anni ’90 da un’impresa italiana, la Federici, poi acquisita dal colosso Impregilo. Nell’ottobre del 1996, alla stessa Impregilo (in associazione con la Rizzani de Eccher di Udine) è stato affidato invece il primo lotto di lavori per la realizzazione della più grande moschea del mondo (500 mila metri quadrati di superficie), quella di Abu Dhabi. Il megacomplesso religioso è stato interamente finanziato dallo sceicco Kalifa bin Zayed Al Nahyan, l’emiro e presidente del consiglio esecutivo di Abu Dhabi morto nel 2006. Anche Kalifa bin Zayed Al Nahyan è noto per i suoi legami con le organizzazioni dell’estremismo islamico. Negli anni ’60 lo sceicco visitò il Beluchistan pakistano sotto la protezione di un anziano funzionario dei servizi segreti di quel paese, tale “Awan”, che lo mise in contatto con molti dervisci e mistici locali. Fu proprio grazie a questi contatti che l’emiro di Abu Dhabi incontrò in Pakistan l’uomo d’affari Agha Hassan Abedi, divenendone grande amico e partner finanziario. Abedi è il fondatore della BCCI, la Bank of Credit and Commerce International, più nota come Criminal Bank, per diversi anni il più importante centro di “lavaggio” del denaro proveniente dal narcotraffico, utilizzata dalla CIA per la conduzione di operazioni clandestine a favore dell’ex alleato Saddam Hussein, del dittatore pakistano Mohammed Zia, della Contra nicaraguese e della resistenza islamica all’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Fu proprio grazie a Kalifa bin Zayed Al Nahyan, che la BCCI ebbe la possibilità di aprire tre filiali negli Emirati Arabi Uniti, una delle quali proprio ad Abu Dhabi.

Nel piccolo emirato arabo gli affari per Impregilo non sono certo mancati. Oltre alla monumentale moschea, la società di costruzioni e la controllata Fisia Italimpianti hanno realizzato 7 dissalatori, mentre sono in corso i lavori per un nuovo impianto della capacità di 100 milioni di galloni al giorno e per una centrale elettrica di 1.500 MW a Shuweihat, lungo la costa del Golfo Persico. Nel settembre 2009, Impregilo si è aggiudicata la gara internazionale promossa dalla “Abu Dhabi Sewerage Services Company” per la realizzazione del primo dei tre lotti di un tunnel lungo 40 chilometri che raccoglierà per gravità le acque reflue di Abu Dhabi e le convoglierà alla stazione di trattamento situata nella località di Al Wathba. I lavori, per un importo di 243 milioni di dollari, dovranno essere completati entro il 2013. Fisia ha invece presentato un’offerta per la parte del progetto relativa alla costruzione degli impianti di desalinizzazione delle acque marine. L’ammontare della possibile commessa potrebbe superare i  2,7 miliardi di dollari.

All’Arabian Connection delle società interessate alla realizzazione del Ponte sullo Stretto è dedicato uno dei capitoli del libro “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina” (A. Mazzeo, Edizioni Alegre, Roma), in pubblicazione proprio in questi giorni.

 ……………………………………………………………………………………………………………………………………………………..Costruzione Muos a Niscemi, potenziamento di Sigonella: i crescenti pericoli della militarizzazione dei nostri territori

Nelle ultime settimane, mentre i militari Usa hanno tranquillamente accelerato il potenziamento della base di Sigonella (installazione del sistema di sorveglianza terrestre AGS, arrivo dei primi Global Hawk “aerei senza pilota”, nuovo contractor Lockheed Martin per i dipendenti aeroportuali), nuovi ostacoli si frappongono alla prevista costruzione del Muos (centro di comunicazione satellitare) a Niscemi.

La pericolosità del Muos ha già prodotto dall’inizio dell’anno alcune mobilitazioni popolari sia a Niscemi che a Caltagirone ed i Comuni dei paesi limitrofi unanimemente si oppongono alla costruzione del micidiale impianto. Il Comune di Niscemi ha revocato in autotutela il nullaosta rilasciato il 9/9/’08 per l’installazione del Muos. La conferenza dei servizi richiesta dai Comuni all’ARS dev’essere occasione per riflettere sulle sbrigative procedure di superficiali autorizzazioni a procedere, in violazione del principio di precauzione e delle leggi vigenti da parte di enti incuranti dell’impatto ambientale e della salute delle popolazioni colpite dalla presenza dei siti militari

Oramai ci si sta rendendo conto che i governi italiani che si sono succeduti in questi decenni, hanno lasciato indisturbati i militari Usa di calpestare la sovranità popolare, dettati costituzionali(art.11) e le autonomie locali pur di condividere le loro scellerate politiche di aggressione neocoloniale. In quegli anni (l’installazione in contrada Ulmo delle 41 antenne del sistema di trasmissione LF avvenne nel ’91/’92) in troppi si sono illusi che la presenza dei militari Usa nella nostra isola avrebbero garantito occupazione e “sviluppo” ed era conveniente ignorare le micidiali sofferenze alle popolazioni colpite dalle guerre.

Adesso si capisce perché i militari Usa hanno evitato d’installare il Muos a Sigonella, perché in base ad una loro ricerca,condotta dall’AGI, le onde elettromagnetiche avrebbero potuto causare l’innesco automatico degli ordigni, anche nucleari, in transito e che stazionano nella base; così come il ministro La Russa spaccia per vittoria nazionale l’arrivo dei micidiali Global Hawk rifiutati dalla Spagna perché l’installazione nei pressi dell’aeroporto civile di Saragoza avrebbe potuto causare incidenti. Le preoccupazioni dei comuni limitrofi all’aeroporto di Comiso, sono più che motivate e dovrebbero tradursi in una reale opposizione alla crescente militarizzazione della Sicilia orientale, che penalizza l’incremento turistico ed occupazionale per le priorità militari della base di Sigonella.

Dobbiamo riprendere il cammino iniziato negli anni ’80 con le grandi mobilitazioni popolari contro i 112 euromissili a Comiso, affinchè non venga archiviata una stagione di lotte che aveva dato fiducia ad essere protagonisti della costruzione di un futuro migliore

No al Muos! No alla guerra! via le basi USA dalla nostra terra

Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella  Catania via Caltanissetta .n4

 ————————————————————————————————————————————————————- Un “eco-muostro” americano sulla testa di Niscemi

La Marina Usa monterà antenne e torri radio in una zona già inquinata dalle onde elettromagnetiche

di Antonio Mazzeo, “Il Fatto Quotidiano”, 28 nov. 2009

 Tre grandi antenne circolari con un diametro di 18,4 metri e due torri radio alte 149 metri per le telecomunicazioni satellitari a microonde sorgeranno in una delle aree della Sicilia con maggiore inquinamento ambientale. A Niscemi, provincia di Caltanissetta, le forze armate statunitensi hanno avviato la costruzione di una delle quattro stazioni terrestri del sistema Muos (Mobile User Objective System), che dal 2012 garantiranno i collegamenti dell’ultima generazione della rete satellitare con i centri di comando e controllo e i gruppi operativi in combattimento. A Niscemi sono pure previste la posa di sofisticati cavi a fibre ottiche e la realizzazione di impianti, strade e sentieri di accesso alle antenne e al deposito carburanti. In spregio alle normative ambientali, molte delle infrastrutture sorgeranno all’interno della vicina riserva “Sughereta”, Sito d’Importanza comunitaria e tra gli ultimi paradisi naturali dell’isola. Sino a tre anni fa la base prescelta per il terminal del nuovo sistema satellitare era quella di Sigonella, la principale stazione aeronavale della Marina Usa nel Mediterraneo. Poi, nel 2006, il Comando dell’US Navy di Napoli-Capodichino inoltrò al governo italiano una richiesta per “l’installazione di un sistema di comunicazioni per utenti mobili” presso il sito radio di contrada Ulmo di Niscemi, utilizzato dal 1991 per le trasmissioni ai sottomarini nucleari. Con sorprendente celerità, lo stesso giorno il ministero della Difesa esprimeva parere favorevole, sorvolando sul fatto che il Muos era stato dirottato a Niscemi a causa delle risultanze di uno studio sull’impatto delle onde generate dalle sue grandi antenne. Elaborato da una società con sede in Pennsylvania, lo studio proponeva un modello di verifica dei rischi di irradiazione elettromagnetica sui sistemi d’armi e gli esplosivi ospitati a Sigonella. La simulazione informatica aveva però verificato l’incompatibilità del Muos all”interno della base perché “le fortissime emissioni elettromagnetiche possono avviare la detonazione degli ordigni presenti”. Nessun commento invece sulle possibili conseguenze per la salute della popolazione. Anche senza il Muos, secondo l’Agenzia regionale per la Protezione dellambiente, nella base di contrada Ulmo già si registrano valori d’inquinamento elettromagnetico notevolmente superiori a quanto accade con i più potenti ripetitori televisivi.   Migliaia di cittadini, due consigli provinciali (Catania e Caltanissetta) e decine di amministrazioni comunali hanno già detto “No” a quello che è stato definito un “EcoMuostro”. In una lettera inviata al ministro La Russa, il sindaco di Niscemi, Giovanni Di Martino, denuncia che “le quattro stazioni Muos del pianeta sono rigorosamente installate in zone desertiche mentre da noi saranno realizzate a due chilometri dal centro abitato e con il pericolo incombente per gli abitanti di contrarre tumori e mutazioni genetiche”. “Il Muos è uno dei sistemi chiave per rilanciare i dissennati piani di guerre stellari dell’Amministrazione Usa, mai discussi dal nostro Parlamento”, dichiara Alfonso Di Stefano, attivista delle campagne contro la militarizzazione della Sicilia. “Con la gravissima crisi economica che colpisce l’Italia e ancora di più il Mezzogiorno, sperperare più di 6 miliardi di dollari “ tanto costerà alla fine il Muos” in strumenti di morte è un vero crimine”.

Impregilo, bin Laden e i sovrani del petrolio

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