No Ponte

LA CRISI LA PAGHINO I RICCHI. Spezzone autorganizzato al corteo del 6 settembre

Siamo lavoratori, studenti, precari, disoccupati, migranti, abitanti di luoghi sempre più aggrediti e cementificati, utenti di un welfare sempre più rachitico. Da anni ormai le nostre condizioni materiali di vita vanno peggiorando. I salari perdono potere d’acquisto, i diritti diminuiscono, le possibilità d’impiego sono sempre più rare, la flessibilità è diventata norma e stile di vita, le città nelle quali viviamo sono sempre più invivibili, i servizi sempre meno garantiti, le libertà sempre più compresse. La crisi abbiamo cominciato a pagarla quando ancora non era conclamata come tale dall’informazione mainstream. Poi le borse sono crollate, il denaro che produceva denaro ha fatto cortocircuito e le nostre vite, i nostri salari, i nostri diritti, i nostri territori sono serviti a salvare le banche. I veri artefici di un sistema economico basato sulla finanza (le banche) sono state salvate dalle risorse pubbliche, dalla produzione sociale.
E’ solo per una volta, si disse. Obama si presentò a Wall Street e disse: “vi abbiamo salvati; adesso datevi una regolata, non esagerate”. Eppure poco dopo tutto riprese come prima, a dimostrazione che la presunta distinzione tra economia finanziaria ed economia reale non esiste. A dimostrazione che il modello è unico e si manifesta come un intreccio di finanza e produzione materiale. Ed è un modello che produce crisi. Una crisi, dunque, strutturale. Una crisi che è economica e sociale, ecologica e della democrazia. Perché è così, è un sistema che sta andando in frantumi.
“Noi la crisi non la paghiamo” abbiamo urlato per le strade. Ma non è stato così. Noi la crisi l’abbiamo pagata. E continuiamo a pagarla. Ogni nuova manovra economica è una minaccia di ulteriori sacrifici da fare. Le notizie che ogni giorno raccontano l’evolversi degli avvenimenti sono il preannuncio della penuria. L’esplosione del debito pubblico, gli scivoloni della borsa, i fremiti dello spread tra bond e bund sono l’annuncio di un nuovo salasso. Così, ancora meno servizi, salari sempre più bassi, distruzione dell’istruzione pubblica, abbandono del trasporto pubblico, ulteriore compressione dei diritti, politiche securitarie, speculazioni sui nostri territori, nuove speculazioni finanziarie, mercificazione di ogni ambito della nostra vita. Fino alla privatizzazione dell’acqua, il bene più comune.
Ci siamo battuti. Abbiamo occupato scuole e università per difendere il sapere, abbiamo difeso i nostri territori dall’aggressione della speculazione del cemento e della finanza, abbiamo difeso la nostra dignità in fabbrica, abbiamo continuato a migrare per pretendere una vita migliore, abbiamo difeso il bene comune. L’abbiamo fatto con manifestazioni pacifiche ma determinate, nelle piazze reali e usando quelle virtuali. Abbiamo vinto, qualche volta. Abbiamo difeso l’acqua pubblica e ci siamo difesi dal nucleare. Quando è stato necessario abbiamo avuto anche la capacità di difendere la nostra lotta attraverso atti di resistenza, come è stato nel dicembre studentesco romano o nel torrido luglio valsusino.
Nel nostro territorio, nell’area dello Stretto, ci siamo battuti e ci battiamo contro un progetto, quello del Ponte, che, oltre ad essere inutile e devastante, si è rivelato un meccanismo di distrazione di risorse pubbliche. Senza che nulla di concreto sia ancora stato fatto, sono già stati spesi 500 milioni. Risorse pubbliche che non hanno dato nulla agli abitanti e che avrebbero potuto rispondere, almeno in parte, alle domande di difesa del territorio, di reddito, di welfare. Eppure una classe politica locale imbelle, incapace di progettare il futuro e perennemente col cappello in mano continua a coltivare la speranza di scambio tra devastazione del territorio e flussi di denaro. Uno scambio che non si darà (è ormai chiaro che le politiche della compensazione sono morte definitivamente, rimangono solo quelle della miseria). A noi rimarranno le devastazioni, ai pescecani degli appalti pubblici i soldi.
Oggi tutti questi percorsi li dobbiamo mettere insieme. Le lotte importanti e generose di questi anni devono dare vita ad un percorso comune se vogliamo davvero fare pagare la crisi a chi ha goduto del differenziale sociale, a chi ha guadagnato speculando, a chi si è arricchito sull’impoverimento operaio e sulla precarizzazione del lavoro, a chi ha fatto dell’evasione fiscale un metodo, a chi gode di patrimoni enormi a fronte di un crescente aumento di indigenza e povertà, a tutte le caste che si sono annidate negli interstizi della politica e dell’amministrazione della cosa pubblica godendo di privilegi pagati dalla collettività.
Noi sappiamo bene che questa crisi è strutturale. E sappiamo altrettanto bene che da essa si uscirà solo con un mutamento radicale del modello economico e di società o con una catastrofe sociale. Per questo la nostra piattaforma ha un solo punto: la crisi la paghino i ricchi. La crisi la paghino le banche, gli speculatori, le caste. Per questo la nostra risposta dovrà essere ancora più forte, determinata e unitaria. L’autunno che viene dovrà essere un autunno di mobilitazioni, un autunno caldo. Gli appuntamenti preannunciati sono tanti e la giornata del 6 settembre è solo un passaggio di questo percorso. Una giornata che attraverseremo portando in piazza la necessità del conflitto sociale, senza il quale sarà impossibile difendere le nostre condizioni di vita. Fin da oggi traguardiamo il 15 ottobre, la giornata dell’indignazione globale indetta dagli acampados spagnoli e che diventerà, ne siamo certi, il momento di confluenza di tutti i movimenti sociali.
Messina, 03.09.11
RETE NO PONTE – COMUNITA’ DELLO STRETTO
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